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Investigative Journalism

Ristorazione e vino: è tempo di ritrovare gli equilibri

Ristorazione e vino: è tempo di ritrovare gli equilibri

La ristorazione italiana rappresenta uno dei patrimoni più preziosi del nostro Paese. Non è soltanto il luogo dove ci si siede per pranzare o cenare, ma il punto d’incontro tra cultura, territorio, tradizioni, ospitalità e lavoro. È il luogo nel quale un piatto racconta una storia, un vino diventa ambasciatore della propria terra e il […] L'articolo Ristorazione e vino: è tempo di ritrovare gli equilibri proviene da Vinoway.com.

La ristorazione italiana rappresenta uno dei patrimoni più preziosi del nostro Paese. Non è soltanto il luogo dove ci si siede per pranzare o cenare, ma il punto d’incontro tra cultura, territorio, tradizioni, ospitalità e lavoro. È il luogo nel quale un piatto racconta una storia, un vino diventa ambasciatore della propria terra e il servizio trasforma una semplice cena in un’esperienza capace di rimanere nella memoria di un ospite molto tempo dopo aver lasciato il tavolo.

In tanti anni di attività ho avuto il privilegio di conoscere centinaia di ristoratori. Ho incontrato uomini e donne che hanno dedicato la propria vita a questo mestiere, affrontando sacrifici, investimenti, rinunce e soddisfazioni con una passione autentica. Molti hanno costruito imprese straordinarie partendo dal nulla, altri hanno raccolto il testimone delle proprie famiglie, altri ancora hanno scelto di investire in una professione tanto affascinante quanto complessa. È anche grazie a loro se oggi la ristorazione italiana continua ad essere uno dei simboli più autorevoli del nostro Paese nel mondo.

Proprio per questo motivo credo che difendere la ristorazione significhi anche avere il coraggio di affrontarne le criticità. Tacere non è una forma di rispetto. Il rispetto consiste nel guardare i problemi con onestà, affrontarli senza pregiudizi e cercare, attraverso il confronto, di migliorare un sistema che ha ancora enormi potenzialità.

Da molti anni torno su questi temi attraverso editoriali, articoli e momenti di confronto pubblico, convinto che il rapporto tra il mondo della produzione e quello della ristorazione rappresenti uno degli equilibri più delicati dell’intera filiera vitivinicola. Nei giorni scorsi la testata giornalistica Oraviaggiando ha richiamato Vinoway e il mio lavoro sul tema dei ricarichi applicati al vino nella ristorazione. Ho accolto quel riferimento con interesse, non perché sentissi il bisogno di rispondere a qualcuno, ma perché mi ha offerto l’occasione di tornare a riflettere su un argomento che considero centrale per il futuro del vino italiano.

Lo scorso luglio, durante il 30° Enosimposio di Assoenologi Sicilia, ho avuto l’onore di moderare uno dei salotti dedicati alle prospettive del settore. Anche in quella sede il rapporto tra cantine e ristorazione è stato affrontato con grande sincerità da produttori, enologi, comunicatori e operatori della filiera, confermando come alcune dinamiche stiano diventando motivo di crescente preoccupazione per chi vive quotidianamente questo mondo.

Per approfondire ulteriormente gli aspetti economici e commerciali ho voluto confrontarmi con un autorevole direttore commerciale, protagonista da molti anni del mercato vitivinicolo italiano, che ha scelto di condividere la propria esperienza mantenendo riservata la propria identità. Le sue osservazioni, maturate in migliaia di incontri con cantine, agenti e ristoratori, hanno dato ulteriore concretezza a riflessioni che da tempo accompagnano il mio lavoro di comunicatore e di assaggiatore di vini.

Riflettendo su tutto questo mi sono posto una domanda molto semplice, forse persino banale, ma alla quale continuo a non trovare una risposta convincente. Com’è possibile che il cliente paghi il conto prima ancora di lasciare il ristorante, mentre il produttore che ha contribuito a costruire quella stessa esperienza debba attendere quattro, sei, otto mesi e talvolta anche un anno per ricevere il pagamento della propria fornitura?

Non è una provocazione e non è un processo alla ristorazione. È una domanda che nasce dall’osservazione di un sistema che, con il passare degli anni, ha finito per considerare normali dinamiche che, forse, tanto normali non sono più. Quando un equilibrio si altera lentamente ce ne accorgiamo soltanto quando le conseguenze iniziano a coinvolgere tutti: i produttori, i ristoratori, i lavoratori e, inevitabilmente, anche i consumatori.

Ed è proprio da questa domanda che vorrei iniziare una riflessione sincera, rispettosa ma anche severa. Perché il vero rispetto non consiste nell’evitare gli argomenti scomodi, bensì nell’affrontarli con onestà, equilibrio e con il desiderio autentico di contribuire a migliorare un settore che continuo ad amare profundamente.

Il mio obiettivo non è stabilire chi abbia ragione e chi abbia torto. Sarebbe troppo semplice e, soprattutto, profondamente ingiusto. Il vero obiettivo è comprendere se la filiera che ha reso grande il vino italiano possa continuare a crescere quando alcuni dei suoi equilibri più importanti sembrano essersi progressivamente incrinati. Una filiera non si rafforza quando una delle sue componenti prevale sulle altre, ma quando produttori, ristoratori, lavoratori, distributori, comunicatori e consumatori riescono a crescere insieme, nel rispetto reciproco dei propri ruoli e nella volontà di creare valore, prima ancora che distribuirlo.

È con questo spirito che desidero accompagnare il lettore nelle riflessioni che seguono.

Se vogliamo comprendere davvero il rapporto tra il mondo del vino e quello della ristorazione dobbiamo fare un passo indietro e osservare il percorso che una bottiglia compie prima di arrivare sulla tavola di un ristorante. È un viaggio lungo, spesso invisibile agli occhi del consumatore, fatto di competenze, responsabilità, investimenti e, soprattutto, di persone.

Una bottiglia non nasce quando viene stappata davanti a un cliente. Nasce molto tempo prima, tra i filari di un vigneto, dove ogni stagione mette alla prova chi ha scelto di vivere di agricoltura. Prosegue in cantina, dove la tecnica incontra la sensibilità dell’enologo, continua con il confezionamento, la logistica e la distribuzione, fino ad arrivare nelle mani di una rete commerciale che ogni giorno percorre migliaia di chilometri per presentare quei vini a ristoratori, enotecari e operatori del settore.

Molti immaginano che il lavoro di una cantina si concluda con la consegna della merce. In realtà è proprio da quel momento che inizia un’altra fase altrettanto importante. Le aziende continuano a investire sul rapporto con il cliente, organizzano degustazioni, wine dinner e masterclass, affiancano gli agenti nelle visite commerciali, mettono a disposizione materiali promozionali e dedicano tempo alla formazione del personale di sala, perché sanno bene che un vino, prima ancora di essere venduto, deve essere conosciuto, compreso e raccontato.

Dietro ogni bottiglia non esiste soltanto un prodotto. Esiste un territorio, una storia, un’identità costruita negli anni e un patrimonio di competenze che il produttore affida al ristoratore con la speranza che venga valorizzato nel modo migliore. È un rapporto che dovrebbe fondarsi sulla fiducia reciproca, perché il successo dell’uno coincide inevitabilmente con il successo dell’altro.

È proprio osservando questo percorso che mi sono chiesto dove finisca il naturale rapporto di collaborazione tra cantina e ristorazione e dove inizi, invece, uno squilibrio che negli anni sembra essersi progressivamente consolidato. Se una parte della filiera continua a investire anche dopo avere consegnato il proprio prodotto, è legittimo domandarsi quale sia il punto di equilibrio affinché quel rapporto rimanga realmente vantaggioso per entrambi.

Nessuno mette in discussione il diritto di un ristoratore a conseguire un giusto margine economico. Sarebbe una posizione priva di senso. Un ristorante affronta costi importanti, investe nella struttura, nel personale, nell’accoglienza e si assume ogni giorno responsabilità imprenditoriali che meritano il massimo rispetto. Il tema, quindi, non è il guadagno. Il tema è comprendere se, lungo il percorso, il principio della collaborazione abbia lasciato spazio a dinamiche che, in alcune situazioni, rischiano di trasferire il peso economico della filiera quasi esclusivamente su chi produce.

Questa non è una domanda rivolta soltanto ai ristoratori. È una domanda che coinvolge tutti noi: produttori, distributori, agenti, comunicatori e consumatori. Perché quando un sistema smette di interrogarsi sui propri equilibri, il rischio è quello di accorgersi delle sue fragilità soltanto quando diventano difficili da correggere.

La verità è che il vino e la ristorazione hanno bisogno l’uno dell’altra. Nessuna cantina può fare a meno di una ristorazione competente e nessun grande ristorante può rinunciare al valore culturale, territoriale ed emozionale che il vino è capace di portare a tavola. È proprio per questo che credo sia arrivato il momento di tornare a parlare non di contrapposizione, ma di corresponsabilità. Perché una filiera cresce soltanto quando ciascuno è disposto a fare la propria parte, senza trasferire sugli altri il peso delle difficoltà che il mercato impone.

Ed è proprio osservando ciò che accade dopo la consegna di una bottiglia che emergono alcune delle contraddizioni più profonde del rapporto tra cantine e ristorazione. Contraddizioni delle quali si parla ancora troppo poco, ma che incidono ogni giorno sulla sostenibilità economica di migliaia di aziende vitivinicole italiane. È da qui che desidero proseguire questa riflessione.

Arrivati a questo punto credo sia giusto affrontare l’argomento che, probabilmente, susciterà il maggiore dibattito: il valore economico del vino nella ristorazione. Non mi riferisco al diritto di un imprenditore di realizzare il proprio margine, principio che considero assolutamente legittimo, ma all’equilibrio complessivo di un sistema che, negli ultimi anni, sembra essersi progressivamente allontanato da quella logica di collaborazione che dovrebbe rappresentarne il fondamento.

Il vino non è una semplice voce inserita in una carta. Quando una bottiglia arriva in un ristorante porta con sé tutto questo patrimonio e affida al ristoratore il compito più importante: valorizzarlo e raccontarlo al cliente.

È proprio qui che nasce una riflessione che considero inevitabile. Se il valore di una bottiglia viene costruito in anni di lavoro, può davvero essere ridotto a una semplice moltiplicazione del prezzo d’acquisto? Oppure il vero valore aggiunto dovrebbe essere rappresentato dalla capacità di conservarla correttamente, raccontarla con competenza, suggerirla al momento giusto e inserirla in un’esperienza che renda quel prezzo comprensibile agli occhi del consumatore?

Il ricarico, quindi, non è il problema. Il ricarico non è mai un problema quando remunera un servizio, una competenza e un’esperienza. Diventa un problema quando il prezzo cresce più velocemente del valore che viene restituito al cliente.

Negli ultimi anni molte aziende vitivinicole hanno accettato di guadagnare meno pur di continuare a essere presenti sulle carte dei vini. Hanno aumentato gli sconti commerciali, accettato ordini sempre più piccoli, sostenuto costi di trasporto che incidono in maniera significativa sui bilanci, fornito bicchieri, secchielli, cavatappi e materiale promozionale. In molti casi hanno perfino rinunciato a una parte importante della propria marginalità pur di ottenere pagamenti anticipati o ridurre tempi d’incasso diventati, in alcune aree del Paese, difficilmente sostenibili.

È proprio parlando con un autorevole direttore commerciale che ho compreso fino in fondo la portata di questo fenomeno. Mi ha raccontato una realtà che troppo spesso rimane confinata nelle conversazioni tra addetti ai lavori: aziende costrette ad attendere mesi prima di incassare il valore delle proprie forniture, pagamenti che in alcune zone d’Italia arrivano ben oltre i termini concordati, ricorso a pagamenti che finiscono per allungare ulteriormente i tempi d’incasso e una pressione commerciale che porta molte cantine ad accettare condizioni che, in qualsiasi altro settore, sarebbero considerate difficilmente sostenibili.

Mentre il cliente paga il conto prima di lasciare il ristorante, la cantina continua ad aspettare il pagamento di quella stessa bottiglia. Nel frattempo ha già pagato i viticoltori, i collaboratori, i fornitori, i trasporti, la produzione e la promozione. È una realtà che dovrebbe far riflettere, perché il rischio d’impresa finisce spesso per gravare quasi esclusivamente su chi quel vino lo produce.

C’è poi un’altra frase che, parlando con chi vive quotidianamente il mercato, viene ripetuta molte volte: «Il tuo vino non si è venduto, è ancora tutto qui». A questo punto mi pongo la stessa domanda: se quella bottiglia non è mai stata raccontata, se il personale non ha avuto il tempo di degustarla, se nessuno l’ha consigliata al tavolo e il cliente non ha avuto l’opportunità di scoprirla, possiamo davvero attribuire tutta la responsabilità al produttore? Oppure dovremmo interrogarci anche sul modo in cui il vino viene valorizzato all’interno del ristorante?

Il consumatore raramente conosce questi meccanismi. Vede il prezzo finale di una bottiglia e tende a pensare che quel valore corrisponda automaticamente alla qualità del vino.

Non scrivo queste righe per alimentare una contrapposizione tra produttori e ristoratori. Le scrivo perché credo sia arrivato il momento di riportare al centro del dibattito un principio semplice: una filiera è sana quando valore, responsabilità e rischi vengono distribuiti in modo equilibrato tra tutti i suoi protagonisti. Quando questo equilibrio si rompe, non perde soltanto il produttore e non perde soltanto il ristoratore. Perde credibilità l’intero sistema.

Forse è arrivato il momento di discutere meno del prezzo del vino all’origine e un po’ di più del valore che quella stessa bottiglia riesce realmente a esprimere una volta arrivata sulla tavola del ristorante. È da questa domanda, più ancora che da qualsiasi polemica, che dovrebbe ripartire il confronto sul futuro della ristorazione e del vino italiano.

Dietro tutto questo esiste un altro tema che considero ancora più importante e che troppo spesso rimane sullo sfondo: il valore delle persone.

Un ristorante non vende semplicemente piatti e bottiglie di vino. Vende accoglienza, professionalità, attenzione, cultura e la capacità di far sentire ogni ospite protagonista di un’esperienza. È questa la vera essenza della ristorazione. Tutto il resto viene dopo.

Negli ultimi anni, però, ho la sensazione che il servizio di sala abbia progressivamente perso quella centralità che per decenni lo ha reso uno degli elementi distintivi della grande ristorazione italiana. Si parla molto di chef, di tecniche di cucina, di materie prime e di design dei locali, mentre troppo spesso si dimentica che il ricordo più autentico di una cena nasce quasi sempre dall’incontro con le persone che ci hanno accolto e accompagnato durante quell’esperienza.

La sala non è il luogo dove si portano i piatti. È il luogo dove il cliente decide se tornerà. Possiamo avere la cucina più brillante del mondo, ma se manca il calore dell’accoglienza e la competenza di chi accompagna l’ospite durante il servizio, l’esperienza rimarrà inevitabilmente incompleta. È nella sala che un ristorante rivela davvero la propria identità.

Per questo motivo continuo a credere che investire nella formazione del personale rappresenti uno degli investimenti più intelligenti che un ristoratore possa fare. Raccontare un vino, suggerire un abbinamento, comprendere i tempi dell’ospite, intuire un’esigenza prima ancora che venga espressa, gestire con eleganza un imprevisto o semplicemente regalare un sorriso sincero sono competenze che non si improvvisano. Richiedono studio, esperienza e una cultura dell’ospitalità che si costruisce nel tempo.

È proprio osservando il mondo della sala che emerge una delle contraddizioni più evidenti della ristorazione contemporanea. Da una parte si applicano ricarichi importanti che dovrebbero trovare giustificazione nella qualità complessiva dell’esperienza offerta; dall’altra si continua troppo spesso a considerare il personale un costo da comprimere anziché il principale investimento sul quale costruire il futuro di un ristorante. Se cresce il prezzo richiesto al cliente, deve crescere anche il valore dell’accoglienza, della competenza e del servizio. Diversamente il consumatore non percepisce un’esperienza migliore: percepisce soltanto un conto più elevato.

Purtroppo esiste anche una realtà che non possiamo ignorare. Nei periodi di maggiore affluenza, soprattutto nelle località turistiche, assistiamo troppo spesso all’inserimento di personale stagionale privo di un adeguato percorso di formazione e, in alcuni casi, sottoposto a ritmi di lavoro e condizioni economiche che non rendono giustizia alla responsabilità di questo mestiere. So bene che non si tratta di una situazione generalizzata e conosco moltissimi imprenditori che rappresentano esempi virtuosi anche sotto questo aspetto. È anche per rispetto nei loro confronti che ritengo doveroso parlare di quelle realtà che finiscono per danneggiare l’immagine dell’intera categoria.

Non possiamo continuare a lamentarci della mancanza di professionisti della sala se siamo i primi a non valorizzarli. I giovani hanno bisogno di prospettive, di formazione, di riconoscimento economico e professionale. Se continueremo a trasmettere l’idea che questo sia un mestiere provvisorio, sarà sempre più difficile trovare donne e uomini disposti a scegliere la ristorazione come progetto di vita.

Esiste poi un altro principio che considero fondamentale. La cortesia, l’eleganza, la preparazione e il rispetto non possono essere il privilegio esclusivo dei grandi ristoranti o dei locali frequentati da una clientela alto spendente. L’accoglienza non appartiene all’élite. È il fondamento stesso della ristorazione. Una trattoria, un’osteria, una pizzeria, un agriturismo e un ristorante stellato dovrebbero condividere la stessa filosofia: fare sentire ogni ospite accolto con la medesima attenzione, indipendentemente da quanto spenderà.

Allo stesso tempo credo sia giusto ricordare anche un dovere che appartiene al cliente. Pagare un conto non significa acquistare il diritto di umiliare chi lavora. Il servizio è una forma di professionalità, non di servitù. Il rispetto deve essere reciproco, perché soltanto dall’incontro tra un professionista che accoglie con competenza e un ospite che riconosce il valore del lavoro altrui può nascere quella cultura dell’ospitalità che ha reso grande la ristorazione italiana.

Forse dovremmo ripartire proprio da qui. Prima ancora che dai numeri, dai ricarichi o dalle carte dei vini, dovremmo tornare a mettere al centro le persone.

A questo punto credo che anche noi comunicatori, giornalisti e critici del settore siamo chiamati a una riflessione sul ruolo che svolgiamo. Per troppo tempo abbiamo raccontato quasi esclusivamente ciò che arrivava nel piatto, soffermandoci sulla cucina, sull’estetica, sull’ambiente e, talvolta, sulla carta dei vini, trascurando aspetti che incidono in maniera determinante sull’esperienza complessiva di un ospite.

Una recensione, se vuole essere davvero utile al lettore, dovrebbe raccontare un ristorante nella sua interezza. Dovrebbe parlare della cucina, certamente, ma anche della preparazione del servizio di sala, della capacità di accogliere, della competenza con cui viene raccontato un vino, della trasparenza della carta e della coerenza della politica dei prezzi. Perché una grande cucina non può cancellare un servizio approssimativo, così come una cucina eccellente non dovrebbe giustificare ricarichi che finiscono per allontanare il consumatore dal vino.

Per questo motivo sento il dovere di assumere un impegno personale. Da oggi, nelle recensioni pubblicate da Vinoway, dedicherò ancora maggiore attenzione a quegli aspetti che troppo spesso vengono considerati secondari. Quando incontrerò una sala preparata lo racconterò con convinzione. Quando troverò una carta dei vini costruita con intelligenza, capace di valorizzare il lavoro delle cantine attraverso ricarichi coerenti con il servizio offerto, riterrò giusto evidenziarlo. Quando vedrò un rapporto corretto tra qualità dell’esperienza e prezzo richiesto, lo considererò un valore aggiunto da condividere con i nostri lettori.

Mi auguro che anche altri colleghi vogliano intraprendere questo percorso. Non per creare classifiche o alimentare polemiche, ma perché la critica, quando è libera, competente e costruttiva, ha il dovere di premiare ciò che rappresenta un esempio positivo. Raccontare ciò che funziona è il modo migliore per favorire un cambiamento autentico.

Vorrei rivolgermi anche ai tanti ristoratori che ogni giorno svolgono questo mestiere con passione, competenza e correttezza. Sono convinto che saranno proprio loro a comprendere il senso di queste riflessioni, perché chi lavora con serietà non teme il confronto. Al contrario, sa che affrontare i problemi con onestà significa difendere il valore della propria professione e distinguersi da quei comportamenti che finiscono per danneggiare l’immagine dell’intera categoria.

Lo stesso vale per il mondo del vino. Anche le cantine sono chiamate a fare la propria parte, continuando a investire nella qualità, nell’identità dei propri territori e nella capacità di comunicare il valore dei propri vini senza rincorrere esclusivamente le logiche del prezzo. Una filiera cresce quando tutti sono disposti a mettersi in discussione.

Forse è proprio questa la parola che dovrebbe guidare il futuro della ristorazione italiana e del vino italiano: equilibrio.

Equilibrio tra il diritto dell’imprenditore a realizzare un giusto margine e il dovere di restituire quel valore attraverso un servizio all’altezza.

Equilibrio tra il rispetto dovuto al lavoro del produttore e quello dovuto al lavoro del ristoratore.

Equilibrio tra la qualità dell’esperienza offerta e il prezzo richiesto al consumatore.

Equilibrio tra chi accoglie e chi viene accolto.

Una filiera non si misura da quanto riesce a guadagnare nel breve periodo. Si misura dalla capacità di creare valore per tutti coloro che ne fanno parte. Quando uno degli anelli si rafforza impoverendo gli altri, forse non stiamo costruendo ricchezza, ma stiamo lentamente consumando il futuro.

Quando una bottiglia arriva sulla tavola di un ristorante non appartiene più soltanto alla cantina e non appartiene ancora al ristoratore. Appartiene alla fiducia che entrambi sapranno costruire attorno a quel vino. È una fiducia che si conquista con la qualità, con la correttezza, con il rispetto e con la competenza. È una fiducia che coinvolge anche chi racconta questo mondo e chi ogni giorno sceglie di sedersi a tavola.

Se questo editoriale riuscirà ad aprire un confronto sincero, avrà raggiunto il suo obiettivo. Non quello di dividere, ma di contribuire, anche solo in minima parte, a costruire una ristorazione e una filiera del vino più forti, più credibili e più rispettose del lavoro di tutti.

Perché il futuro della ristorazione italiana non dipenderà da quanto riusciremo a guadagnare da una bottiglia di vino, ma da quanto valore saremo capaci di costruire insieme attorno a quella bottiglia.

È questa la sfida che abbiamo davanti. Ed è anche la responsabilità che abbiamo il dovere di assumerci.

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